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F.A.Q. – Domande Frequenti sull’Anatocismo e l’Usura Bancaria

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  • L’anatocismo (o capitalizzazione degli interessi) consiste nella somma degli interessi con il capitale che a sua volta si accresce e sul quale vengono poi conteggiati nuovi interessi. In altre parole l’anatocismo può essere definito come l’applicazione degli interessi sugli interessi ma sempre a favore della banca.

  • Il contratto bancario in cui viene applicato di norma è il contratto di conto corrente bancario, sia esso affidato (cioè con fido bancario) sia esso semplice. Vi possono essere tuttavia clausole (illegittime) che prevedono l’anatocismo in altri contratti, come i mutui o altri contratti di finanziamento.

  • Supponiamo che un correntista nell’arco del decennio 1993 – 2003 abbia uno scoperto medio sul conto corrente di € 10.000,00 ed il tasso di interesse passivo medio sia del 10% annuo. Con la capitalizzazione trimestrale gli interessi nel decennio ammonteranno ad € 16.868,57 mentre senza capitalizzazione essi ammonteranno ad € 10.005,48.

  • Le banche ottengono dall’anatocismo introiti ingentissimi e se dovessero restituire a tutti i correntisti le somme incamerate in questo modo rischierebbero davvero il fallimento. Preferiscono pertanto lasciare che i singoli correntisti si facciano avanti chiedendone le restituzione, ben sapendo che essi saranno una esigua minoranza rispetto a coloro che “lasceranno correre”.

  • Normalmente per la restituzione dell’anatocismo occorre avviare una causa che presenta comunque dei costi iniziali. È conveniente proporre un’azione solamente se il conto corrente sia stato in passivo per diverso tempo, per delle somme di discreta entità. Ad esempio è inutile chiedere la restituzione dell’anatocismo calcolato su un passivo di qualche settimana ammontante a 1.000,00 € perché corrisponderebbe a pochi centesimi di Euro!

  • Ad oggi l’orientamento largamente prevalente dei Tribunale e Giudici di Pace è quello di accogliere le domande di restituzione dell’anatocismo, conformemente all’indirizzo di tutte le ultime sentenze della Corte di Cassazione, tenendo sempre presente però che tutte le cause, come è noto, presentano dei margini di rischio.

  • Sì se non è stato estinto da più di 10 anni, perché in caso contrario l’azione si è prescritta.

  • Vi sono dei costi iniziali da sostenere quali le spese giudiziarie, l’incarico di un consulente tecnico-bancario e così via che consigliano di intraprendere la causa solamente se si è veramente intenzionati o se le somme da recuperare hanno un certa consistenza. Bisogna tenere presente però che in caso di esito positivo del giudizio, il giudice con ogni probabilità accollerà alla banca soccombente tutte le spese legali, comprese le somme anticipate dal correntista.

  • La sentenza delle sezioni unite della cassazione (SS.UU. 2.12.2010 N. 24418), secondo cui, ove, in un contratto di apertura di credito bancario regolato in conto corrente, il correntista agisce per far dichiarare la nullità della clausola, con la quale sono pattuiti interessi anatocistici, per la ripetizione di quanto pagato indebitamente a questo titolo, il termine di prescrizione decennale, cui tale azione di ripetizione è soggetta, decorre, qualora i versamenti eseguiti dal correntista in pendenza del rapporto abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della provvista, dalla data in cui è stato estinto il saldo di chiusura del conto in cui gli interessi non dovuti sono stati registrati. Sostiene la corte che non c’è pagamento quando il versamento di somme è eseguito per ripristinare la provvista messa a disposizione del cliente, perché in tal caso le somme versate non possono essere utilizzate dalla banca, tenuta a mantenere a disposizione del cliente, dietro remunerazione, un determinato importo fino alla scadenza pattuita. Pertanto, quando ciò si verifica il cliente non si spoglia definitivamente delle somme versate, destinate invece al ripristino della provvista, con la conseguenza che soltanto alla cessazione del rapporto, chiusi i conti, è possibile verificare la sussistenza di un indebito ed il suo ammontare.Se, invece, il versamento fuoriesce da questo schema, perché serve ad estinguere un debito extrafido, allora si tratta di pagamento che, ove indebito, perché frutto di clausole nulle, consente al cliente di chiederne immediatamente la ripetizione e dunque la prescrizione decorre a partire dal momento in cui la banca riceve la somma.

  • La corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 2, comma 61, del D.L. 29 dicembre 2010, n. 225 (proroga dei termini previsti da disposizioni legislative e di interventi urgenti in materia tributaria e di sostegno alle imprese e alle famiglie), convertito, con modificazioni, dalla L. 26 febbraio 2011, n. 10, con cui era previsto che “In ordine alle operazioni bancarie regolate in conto corrente l’art. 2935 del codice civile si interpreta nel senso che la prescrizione relativa ai diritti nascenti dall’annotazione in conto inizia a decorrere dal giorno dell’annotazione stessa. In ogni caso non si fa luogo alla restituzione di importi già versati alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto legge”. La corte, infatti, ha avuto modo di precisare che la disciplina, innanzitutto, viola l’art. 3 Cost., perché facendo retroagire la disciplina in esso prevista, non rispetta i principi generali di eguaglianza e ragionevolezza (sentenza n. 209 del 2010), rilevando che “L’efficacia retroattiva della deroga rende asimmetrico il rapporto contrattuale di conto corrente perché, retrodatando il decorso del termine di prescrizione, finisce per ridurre irragionevolmente l ‘arco temporale disponibile per l’esercizio dei diritti nascenti dal rapporto stesso, in particolare pregiudicando la posizione giuridica dei correntisti che, nel contesto giuridico anteriore all’entrata in vigore della norma denunziata, abbiano avviato azioni dirette a ripetere somme ai medesimi illegittimamente addebitate. Inoltre, afferma la Consulta che non sono ravvisabili i motivi imperativi d’interesse generale, idonei a giustificare l’effetto retroattivo, sicché si sostiene derivarne la la violazione anche del parametro costituito dall’art. 117, primo comma della Costituzione, in relazione all’art. 6 della Convenzione europea, come interpretato dalla Corte di Strasburgo.

  • Sino al 1999, la cassazione ha ritenuto sussistente un uso normativo e quindi ha legittimato la pratica negoziale dell’inserimento della clausola anatocistica nel contratto. Con la sentenza n. 12507/1999, la prima sezione della cassazione, come è noto, ha mutato indirizzo, attribuendo alle consuetudini bancarie la diversa natura di usi negoziali. In seguito a questo intervento, il D.Lgs. n. 342 del 1999 dichiarò legittime per il futuro le clausole anatocistiche, salvò quelle antecedenti e consentì l’ultrattività delle stesse se tempestivamente adeguate alle nuove regole dettate in materia con la delibera del cicr del 9 febbraio 2000. La norma, che prevedeva la salvezza delle clausole stipulate prima dell’entrata in vigore del decreto legislativo, è stata dichiarata incostituzionale con la sentenza del 17 ottobre 2000 n. 425. Con la declaratoria di incostituzionalità, è venuta meno la possibilità di compiere l’adeguamento delle clausole in maniera unilaterale.
    Dunque, se è possibile per le banche, dopo il 2000, rinegoziare con i vecchi clienti le clausole che prevedono l’anatocismo, non è invece possibile una modifica unilaterale. a seguito della sentenza della Corte cost. n. 425 del 2000, che ha dichiarato costituzionalmente illegittimo, per violazione dell’art. 76 cost., l’art. 25 comma 3 D.Lgs. n. 342 del 1999, il quale aveva fatto salva la validità e l’efficacia – fino all’entrata in vigore della delibera CICR di cui al comma 2 del medesimo art. 25 D.Lgs. n. 342 del 1999 – delle clausole anatocistiche stipulate in precedenza, tali clausole, secondo i principi che regolano la successione delle leggi nel tempo, sono disciplinate dalla normativa anteriormente in vigore e, quindi, sono da considerare nulle in quanto stipulate in violazione dell’art. 1283 c. c., perché basate su un uso negoziale, anziché su un uso normativo, mancando di quest’ultimo il necessario requisito soggettivo, consistente nella consapevolezza di prestare osservanza, operando in un certo modo, ad una norma giuridica, per la convinzione che il comportamento tenuto è giuridicamente obbligatorio, in quanto conforme ad una norma che già esiste o che si reputa debba fare parte dell’ordinamento giuridico (opinio juris ac necessitatis); infatti, va escluso che detto requisito soggettivo sia venuto meno soltanto a seguito delle decisioni della Corte dì cassazione che, a partire dal 1999, modificando il precedente orientamento giurisprudenziale, hanno ritenuto la nullità delle clausole in esame, perché non fondate su di un uso normativo, dato che la funzione della giurisprudenza è meramente ricognitiva dell’esistenza e del contenuto della regola, non già creativa della stessa, e, conseguentemente, in presenza di una ricognizione, anche reiterata nel tempo, rivelatasi poi inesatta nel ritenerne l’esistenza, la ricognizione correttiva ha efficacia retroattiva, poiché, diversamente, si determinerebbe la consolidazione “medio tempore” di una regola che avrebbe la sua fonte esclusiva nelle sentenze che, erroneamente presupponendola, l’avrebbero creata (Cass., sezioni unite, 4 novembre 2004 n. 21095; Cass., sez. I, 8 maggio 2008 n. 11466).

  • Tribunale Taranto Sentenza del 28-06-2012, Sezione II nel caso di specie: a) le clausole anatocistiche, stipulate prima del 2000, sono nulle, perché non esiste un uso normativo che possa legittimarle; b) l’adeguamento non può essere affidato, come vorrebbe la banca, alla pubblicazione sulla gazzetta ufficiale, perché ciò integra un intervento unilaterale non consentito, essendo indispensabile l’accordo con il cliente, dal quale si può prescindere nel solo caso di peggioramento, di cui non è stata fornita la prova; c) gli aumenti del tasso, praticati dalla banca in difetto di consenso da parte del cliente, non possono conclusivamente essere considerati ai fini della determinazione delle somme da restituire. Non coglie nel segno la tesi della banca, incline a ritenere sussistente un’obbligazione naturale, con la conseguente soluti retentio disciplinata dall’art. 2033 c. c.. Come prescrive tale norma che, sia pure indirettamente, fornisce la nozione di obbligazione naturale, questa si configura quando la prestazione è eseguita spontaneamente in esecuzione di doveri morali e sociali.
    Nel caso di specie, anzitutto è da escludere che il cliente versi quanto richiestogli dalla banca spontaneamente.
    Invero, il rischio, immanente nell’ambito dei rapporti bancari, di subire l’esecuzione forzosa in caso di inadempimento (evento corrispondente, peraltro, all’id quod plerumque accidit), rende evidente che il cliente, pur versando quanto non dovuto nella consapevolezza dell’indebito, vi è spinto (e, dunque, costretto) dall’esigenza di prevenire l’imminente pericolo di stasi del credito (quasi sempre, in rapporti bancari come quello in esame, necessario all’espletamento dell’attività imprenditoriale o commerciale) e di aggressione dei propri beni, spesso quelli strumentali all’esercizio dell’attività predetta. E’ davvero arduo, pertanto, ipotizzare, in una simile dinamica, un adempimento spontaneo, dovendosi rilevare che una congettura del genere è del tutto al di fuori della realtà e dunque presuntivamente improponibile. Va rilevato, inoltre, che non ricorrono neppure i doveri sociali e morali, posto che le somme, delle quali parte attrice chiede la restituzione, sono frutto del pagamento in esecuzione di clausole nulle, perché contrarie a norme imperative. I doveri sociali e morali, dunque, nel caso di specie, sono nel senso che le banche non devono inserire nel contratto clausole dalla legge considerate illecite perché frutto dell’abuso della condizione di minorità economica di chi ne è vittima. In conclusione, gli unici doveri morali e sociali esistenti nella fattispecie sono quelli considerati dal legislatore nel momento in cui ha imposto il rispetto, a pena di nullità, delle norme che precludono la previsione contrattuale di clausole anatocistiche e di interessi al tasso ultralegale e tutte le altre dello stesso tipo, espressione di un evidente abuso dell’assimetria del potere delle parti nell’ambito di alcuni contratti bancari. Nullità della pattuizione, con la quale la determinazione degli interessi superiori a quelli legali è rimessa all’uso piazza. La clausola di determinazione dell’interesse ultralegale mediante riferimento al c. d. “uso di piazza”, contenuta nel caso di specie nell’art. 7 del contratto, è nulla ed improduttiva di ogni effetto per violazione del disposto di cui agli artt.12843 c. c., 1346 e 14182 c. c.. Infatti, premesso che gli interessi ultralegali devono essere pattuiti per iscritto, non può ritenersi rispettosa di tale inderogabile prescrizione la disposizione contrattuale che rimetta ad un momento successivo alla stipulazione del contratto la fissazione del tasso, senza neppure precisare la sua misura, ma rimettendone la determinazione ad un dato vago come l’uso. In tal modo, infatti, oltre ad essere violata la lettera della norma prescrivente la forma scritta, non se ne osserva la ratio, che consiste nel mettere il soggetto obbligato a corrispondere gli interessi ultralegali di comprenderne la misura e di valutare ex ante la convenienza della pattuizione.

  • Tribunale Taranto Sentenza del 28-06-2012, Sezione II
    la norma dell art. 1346 c. c. che prescrive che l’oggetto del contratto, considerato elemento essenziale di esso ai sensi dell’art. 1325 n. 3 c. c., deve essere determinato o, per lo meno, determinabile. Ai sensi del combinato disposto degli artt. 1346 e 1418 c. c., poi, è nullo il contratto che non abbia un oggetto determinato o determinabile. Sotto il secondo profilo, in effetti non e ben chiara la funzione economico/sociale della CMS, dal momento che se essa viene applicata alle somme non sconfinanti dal fido, ne deriva la sua nullità, posto che in tal caso la CMS maschera una forma di anatocismo, in quanto essa viene applicata anche sugli interessi, i quali, in tal modo entrano a far parte della base di calcolo e sono considerati anche come capitale ai fini della determinazione degli importi successivamente dovuti a titolo di Csm. Si tratta, cioè, di una forma surrettizia di anatocismo, subdola perché mascherata da una enunciazione o da un’esecuzione contrattuale priva di agganci esplicativi al meccanismo anatocistico. Se, invece, la csm viene applicata alle somme sconfinanti dal fido, allora non può prescindersi da una precisa previsione negoziale in grado, per la sua formulazione, di indurre il cliente ad avere perfetta conoscenza dei meccanismi di operatività della commissione, onde prevenire il rischio di subire un peso della cms con gravi pregiudizi per l’equilibrio dei suoi conti. Nel caso concreto, come correttamente rilevato dalla difesa di parte attrice, la commissione di massimo scoperto è stata applicata dalla banca nel corso dell’esecuzione del contratto, in mancanza di una previsione contrattuale coerente con le regole codicistiche in punto di determinazione o determinabilità dell’oggetto, secondo quanto desumibile dal combinato disposto degli artt. 1346 e 1418, dal cui assetto normativo si ricava la comminatoria di nullità dei contratti o delle clausole sdi essi con oggetto non determinato, né determinabile (per quanto concerne, posizioni giurisprudenziali analoghe, v., ex multis, Trib Milano sent. 4.7.2000; trib Lecce sent. 22.02.2005 ; corte di appello di Lecce 22.10.2001; trib. Lecce sent. 422 del 6 marzo 2006).

  • La Cassazione (sez. II penale, sent. N. 46669 del 19 dicembre 2011, pres. Esposito, est. Chindemi), ha avuto modo di precisare, superando un precedente orientamento contrario (Cass. 26.11.2008, n. 8551), che, in tema di usura, ai fini della valutazione dell’eventuale carattere usuraio del tasso effettivo globale di interesse (TEG) praticato da un istituto di credito, deve tenersi conto anche della commissione di massimo scoperto praticata sulle operazioni di finanziamento per le quali l’utilizzo del credito avviene in modo variabile (Sez. 2, Sentenza n. 28743 del 14/05/2010 Ud. (dep. 22/07/2010) Rv. 247861 ; Sez. 2, Sentenza n. 12028 del 19/02/2010Cc.(dep.26/03/2010)Rv.246729). La norma di cui al’art. 644 c. p. configura una norma penale in bianco il cui precetto è destinato ad essere completato da un elemento esterno, che completa la fattispecie incriminatrice giacché rinvia, al fine di adeguare gli obblighi di legge alla determinazione del tasso soglia ad una fonte diversa da quella penale, con carattere di temporaneità, con la conseguenza che la punibilità della condotta non dipende dalla normativa vigente al momento in cui viene emessa la decisione, ma dal momento in cui avviene l’accertamento, con esclusione dell’applicabilità del principio di retroattività della legge più favorevole, (cfr Sez. 3, Sentenza n. 43829 del 16/10/2007 Ud. (dep. 26/11/2007) Rv. 238262; Sez. 1, Sentenza n 19107 del 16/05/2006 Ud. (dep. 30/05/2006) Rv. 234217 Sez. 3^, 22 febbraio 2000 n. 3905, rv. 215952; Sez. 3^, 23 aprile 1986 n. 5231, rv. 173042)’. Si è così stabilito che, per la messa a disposizione fondi, le penali e gli oneri applicati nel caso di passaggio a debito di conti non affidati o negli sconfinamenti sui conti correnti affidati rispetto al fido accordato entrano a far parte dell’indicatore del costo del credito, ai fini della verifica della usurarietà del tasso di interesse praticato.

  • La Corte Costituzionale con la nota sentenza 25 febbraio 2002, n. 29 ha stabilito che i criteri fissati dalla L. 7 marzo 1996, n. 108 per la determinazione del carattere usurario degli interessi non trovano applicazione con riguardo alle pattuizioni anteriori all’entrata in vigore della stessa legge, come emerge dalla norma di interpretazione autentica contenuta nell’art. 1, comma 1, D.L. 29 dicembre 2000, n. 394 (conv., con modificazioni, nella L. 28 febbraio 2001, n. 24), norma riconosciuta non in contrasto con la Costituzione con sentenza n. 29 del 2002 Corte cost. (Cassazione civile, sez. III, 25 marzo 2003, n. 4380). A far tempo dall’aprile 1997 (data di inizio della pubblicazione dei tassi soglia) e fino al 30.12.2000 le conseguenze della emanazione della 1. 108, in applicazione del ricordato principio giurisprudenziale, sono che: a) sono nulli e sostituiti di diritto gli interessi (convenzionali o moratori) che superano il tasso usurario; b) la sostituzione di diritto ex artt. 1339 e 1419 degli interessi usurari con gli interessi (nella misura equitativa) pari a quella dei tassi soglia stabilita (nella pubblicazione periodica) dal Ministero del Tesoro per il tipo di operazione; c) successivamente, per i contratti di mutuo a tasso fisso e per le scadenze dal 30.12.2000 in poi il tasso di sostituzione è quello espressamente previsto dal decreto legge” (così la ricostruzione operata da Tribunale sez. distaccata Ostia del 2010. Sul punto giova aggiungere con la disposizione citata ha superato in parte quell’orientamento giurisprudenziale diretto ad affermare l’applicabilità della L. n. 108 del 1996 anche ai contratti conclusi in data antecedente e divenuti usurari: cfr., per tutte, Cass. 17 novembre 2000, n. 14899, a tenore della quale “in tema di contratto di mutuo, la pattuizione di interessi moratori a tasso divenuto usurario a seguito della L. n. 108 del 1996 è illegittima anche se convenuta in epoca antecedente all’entrata in vigore di detta legge e comporta la sostituzione di un tasso diverso a quello divenuto ormai usurario, limitatamente alla parte di rapporto a quella data non ancora esaurito”). In ogni caso, giova comunque evidenziare come, in adesione all’orientamento già espresso da parte della giurisprudenza di merito e sopra riportato, l’inapplicabilità della sanzione civile (oltre che di quella penale) all’ipotesi di interessi usurari sopravvenuti non escluda che gli interessi che superino il tasso-soglia siano da considerarsi non dovuti per (sola) la parte eccedente quel tasso (il quadro giuridico di riferimento è dato, come detto caso, non già dall’inapplicabile art. 1815 c. c., bensì dall’art. 2 della L. n. 108 del 1996, norma da considerarsi come norma imperativa sopravvenuta, ispirata ad un generale principio di non abuso del diritto. Il carattere imperativo di tale disposizione fa sì che essa vada comunque applicata ai rapporti pendenti (ovviamente, limitatamente al periodo successivo alla sua entrata in vigore), imponendosi quindi – per il tramite del combinato disposto degli art. 1418, primo comma, 1419, secondo comma, e 1339 cod. civ. – l’adeguamento dell’assetto degli interessi già oggetto di stipulazione contrattuale, con sostituzione automatica della previsione legale imperativa del tasso soglia alla previsione contrattuale del tasso d’interesse divenuto superiore: cfr. Trib. Monza, 22 aprile 2003; Trib. Milano, 15 ottobre 2005; Trib. Bari 20 febbraio 2007; Trib. Benevento 2 gennaio 2009). Tanto premesso, giova in proposito rilevare che il limite del tasso usurario vale anche per gli interessi moratori (Cass. 4.3.2003 n. 5324; sen. n. 29/2002 della Corte Cost).

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